Le criptovalute continuano a tenere banco e a far discutere. Se, per valutarne il futuro dovessimo basarci sulla celeberrima frase di Oscar Wylde, «Parlarne bene o parlarne male non importa, purché se ne parli», si potrebbe affermare di essere di fronte ad una realtà più che solida. Al momento, infatti, bitcoin e i suoi fratelli sono arrivati al punto da creare preoccupazione a stati potenti come Cina e Corea del Sud. Nonostante ciò, c’è chi continua a credere che si tratti di una bolla speculativa, destinata a esplodere nel medio periodo.

La questione Cina-Sud Corea

Da più di un anno la Cina ha dichiarato guerra aperta ai bitcoin. Nel settembre scorso la Banca popolare cinese (PBOC) ha vietato la raccolta di fondi attraverso le valute digitali, etichettando il 90% delle offerte di monete iniziali (ICO) lanciate in Cina come “fraudolente”. Tra gennaio e febbraio, poi, Pechino ha prima chiuso le piattaforme online cinesi su cui avvenivano gli scambi di criptovalute, poi ha vietato ogni genere di pubblicità sui social. Insomma: una guerra totale. Da molte parti, però, si insinua che dietro questo atteggiamento, non vi sia tanto il desiderio di proteggere i risparmiatori, quanto quello di avere un maggior controllo sulle transazioni.

Anche la Corea del Sud ha provato a dare un giro di vite alle criptovalute, ma, in questo caso, le cose non sono andate come previsto. L’11 gennaio scorso, infatti, il ministro della Giustizia Park Sang-ki aveva paventato la possibilità di bandire il trading cripto-valute nel Paese, temendo che l’esplosione della bolla potesse azzerare i risparmi dei molti sudcoreani. La notizia, però, ha avuto l’effetto di scatenare la protesta di 120.000 persone, che, in poche ore, hanno firmato una petizione contro il progetto. L’alzata di scudi è stata causata dal fatto che in Sud Corea avviene circa il 15% degli scambi globali sulle cripto-valute. Per molti giovani, il trading è l’unica alternativa alla disoccupazione e, dunque, alla povertà. A questo punto il governo ha fatto un deciso passo indietro, dichiarando che, prima di prendere una qualunque decisione in merito, sarà necessaria un’ «approfondita discussione».

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Un funerale troppo spesso rimandato

La questione Cina-Corea del Sud dimostra come il bitcoin e le criptovalute in generale generino preoccupazioni più per il nuovo modello economico che rappresentano, che non per un reale pericolo di bolla speculativa. Del resto, sono anni che si parla di funerale dei bitcoin, ma le Parche paiono avere idee diverse. L’affidabilità della criptomoneta di Satoshi Nakamoto, al contrario, sembra essere ormai comprovata dai fatti. Non va dimenticato, infatti, che il bitcoin è una moneta spendibile. Attualmente, si possono trovare oltre 150.000 attività che hanno scelto di aprire alla criptomoneta di Nakamoto e non solo ad essa.

In Italia, l’Agenzia delle Entrate ha preso una posizione chiara in merito alla questione: la Risoluzione n. 72/E del 2 settembre 2016, in materia di trattamento fiscale applicabile alle società che svolgono attività di servizi relativi a monete virtuali, ha specificato che la critovaluta è «una valuta a tutti gli effetti, al pari di quelle straniere tradizionali, una moneta, cioè, alternativa al conio avente corso legale emesso da un’Autorità monetaria».

Di fatto, si tratta di un’indicazione che appare invero in controtendenza rispetto ad altre posizioni, internazionali che tendono a considerare il bitcoin non come una vera valuta ma al pari di un prodotto finanziario.

L’Italia per quel che riguarda le criptomomonete è tra i Paesi più all’avanguardia. A Milano, ad esempio, è possibile pagare attraverso criptomonete palestre, negozi di informatica e anche studi legali. In Emilia esistono negozi di scarpe, sketeboard e abbigliamento che accettano questo genere di pagamento. Il tutto è documentato dal sito Quibitcoin, che traccia una mappa delle attività che accettano la criptomoneta.

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Problema finanziario

Al momento il problema maggiore della criptomoneta in generale e del bitcoin in particolare è quella di essere nelle mani di poche persone che, dunque, si ritrovano con un grande potere d’acquisto nel momento in cui la loro convertibilità aumenta. Basti pensare che “circa mille persone possiedono il 40% dei Bitcoin esistenti e il misterioso inventore, Satoshi Nakamoto, possiede da solo il 6% del circolante“, come conferma il sito specializzato in criptovalute CriptoMag . A questo dato ne vanno aggiunti altri due: la produzione di questa criptovaluta è limitata ad un numero di 21.000.000 per volere del suo creatore. Inoltre, è stato stimato che tra i 2,78 e i 3,79 milioni dei bitcoin (circa il 17% e il 23% dei 16,7 milioni estratti finora) sono andati definitivamente persi. Questo significa che il bitcoin rischia di diventare una criptomoneta per pochi eletti, una sorta di «denaro dei ricchi» che rischia di creare una nuova classe economica. Per un sistema basato sulle idee di collegialità e fiducia, la vera sfida sarà proprio quella di mantenere queste basi, senza diventare un nuovo «servo del potere».